L’Accademia Itinerante del “non so”

Il 22 Gennaio, al termine di una disvelante esperienza pedagogica, ho condiviso un intento con alcuni cari amici riuniti attorno alla statua di una bambina appena vestita di colori.

Un asilo “nido” per adulti disposti a mettere a nudo il loro presunto sapere e a disimparare quanto hanno appreso di ingombrante e triste. Una “casa di riposo” per bambini scampati alle preoccupazioni adulte camuffate dietro pedagogismi di ogni gamma. Bambini che esplorano fuori dall’ombra apparentemente protettiva di operatori a loro uso e consumo, pagati per risarcirli del tempo che i loro consumati e consumatori genitori non sanno più creare; adulti che si sganciano dall’illusione formativa dominante fatta di dispensatori di strumenti per ascoltare, strumenti per essere, strumenti per amarsi e amare, e che osano portarsi da soli a varcare la soglia del proprio “non so”.

Bambini che rieducano gli adulti a chiedere “che cos’è” e “perché”. Adulti che si stancano di barare e imparano a rispondere “non so”, a cercare insieme e a scoprire, per esempio, che i papà cavallucci marini custodiscono nel loro marsupio le uova dei loro piccoli fino alla nascita!

Cosa voglio adesso? Il bambino che gioca qui vicino sa cosa vuole. Come è che io non lo so?

In famiglia, sui banchi di scuola, al lavoro ho imparato l’arte contorta di far finta di farmi andar bene quel che non ci piace. Ho sacrificato la mia volontà per compiacere gli educatori o l’ho consumata per sfuggire loro. Prima indifesa e poi complice, ho scatenato la mia creatività nelle retrovie della coscienza organizzando resistenze, sintomi e boicottaggi.

L’ essermi lasciata educare, mi è costato molto. Una educatrice che sa di essere mal-educata non può più fare l’educatrice ingenua.

Jung diceva che il terapeuta cura per mezzo della propria ferita.

Cohen cantava che ogni crepa è una fessura da cui entra la luce.

Io non me la posso più né raccontare né cantare.

Espongo al sole e all’aria la ferita, muovo il primo passo attraverso il profumato deserto del “non so”.

Imparo a lasciarmi in pace. Lascio in pace i cuccioli della mia specie. Re-imparo a giocare, a dire sì quando è sì e no quando è no, ad avvicinarmi e ad allontanarmi, a discutere, a pensare, a stare in silenzio, ad osservare, a volere, a invitare, a lasciar passare le emozioni, a stare in relazione, a inventare il tempo che sa fiorire.

Sono la prima allieva, qui all’Accademia Itinerante del “non so”. Con gli amici di traversata, per un giorno o per tante lune, condivido l’amore per la bellezza, la tensione alla sincerità, l’intento di responsabilità personale, la sospensione sistematica del giudizio, lo spirito curioso di ricerca, la pluralità dei linguaggi, l’accoglienza delle differenze di visione del mondo, l’autoironia e la gentilezza di fronte ai propri e altrui inevitabili limiti e stratificazioni.

In queste prime settimane, un padre ha aperto un varco nelle sue giornate lavorative e venendo a scuola assieme al figlio, una giovane donna in cerca di lavoro sta osando consacrare mezza giornata all’ “inutile” per coltivare un suo desiderio ardente, una madre e una figlia dopo la scuola e il lavoro riempiono le pareti di acquarelli nello stesso rapimento; un nonno ha cucinato per tutti e proposto una serata mascherata, un dottore in fisica si è fatto leggere un oracolo e una donna ha pianto dopo un massaggio poetico.

Domani? Non so.

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